Ho iniziato nei grandi set facendo il trasporto attrezzature. È lì che ho scoperto la parte organizzativa del lavoro e la passione per la logistica. Parallelamente facevo il videomaker come hobbie. Poi progressivamente diventato il mio mestiere dopo il 2020.
Con le collaborazioni nel triveneto sono diventato una figura sempre più ibrida: prima operatore e direttore della fotografia, poi regista di piccoli spot. In quelle esperienze ho iniziato a notare qualcosa che tornava spesso: budget costruiti in modo fragile, pianificazioni poco solide, poca attenzione ai punti di rottura tecnici e organizzativi; Ogni produzione annotavo cosa non aveva funzionato, per non ripetere gli stessi errori.
Mi sono reso conto gradualmente che molte realtà come agenzie creative e di marketing gestiscono la produzione dal punto di vista progettuale, ma non sempre con esperienza diretta delle dinamiche reali di un set. Ho deciso di inserirmi proprio lì, lavorando in molti casi come “struttura produttiva” esterna collegata: l’agenzia gestiva il cliente nelle fasi iniziali, io trasformavo obiettivi e budget – spesso solo indicativi – in un piano concreto, consigliamo professionisti, coordinando fornitori, crew, attrezzature, gestendo in produzione fino alla fase di post-produzione, alla consegna finale con il resoconto economico.
Mi sono accorto con il tempo che quello che mi appassiona davvero non è il risultato finale, ma il processo (talvolta tortuoso e scoraggiante) che lo rende possibile. un po’ come un orologiaio: a prima occhiata, all’inizio sono solo pezzi sparsi, poi comincia ad assemblarli, li avvicina, li ascolta, li lascia combaciare, finché iniziano a muoversi trovando il ritmo e il tempo comincia a scorrere. In quel momento capisci che tutto ha trovato il proprio posto.